Armenia-Azerbaijan, la sfida che gli USA sembra siano vincendo


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I nuovi campi di battaglia nella guerra fra gli Stati Uniti e la Russia: sfuttare il conflitto Armenia-Azerbaijan.

guerra armenia-azerbaijan

Fornire armi letali all’Ucraina, riprendere il sostegno ai ribelli siriani, promuovere il cambiamento di regime in Bielorussia, sfruttare le tensioni Armenia-Azerbaijan, isolare la Transnistria. Queste le strategie della Rand Corporation messe in atto dagli Stati Uniti.

Non è complottismo, ma un documento strategico pubblico preparato dalla RAND Corporation, un istituto di ricerca statunitense fondato e finanziato dal Dipartimento della Difesa USA: Extending Russia – Competing from Advantageous Ground.

Il documento RAND Corporation

A pagina 96 si legge:

Il presente capitolo descrive sei possibili mosse degli Stati Uniti nell’attuale competizione geopolitica: fornire armi letali all’Ucraina, riprendere il sostegno ai ribelli siriani, promuovere un cambiamento di regime in Bielorussia, sfruttare le tensioni armene e azere, intensificare l’attenzione per l’Asia centrale e isolare la Transnistria.

Mentre, a pagina 117

In alternativa, gli Stati Uniti potrebbero cercare di indurre l’Armenia a rompere con la Russia.

Sebbene sia un partner russo di lunga data, l’Armenia ha sviluppato anche legami con l’Occidente: Fornisce truppe alle operazioni guidate dalla NATO in Afghanistan ed è membro del Partenariato per la pace della NATO e ha recentemente accettato di rafforzare i suoi legami politici con l’UE.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di incoraggiare l’Armenia a entrare a pieno titolo nell’orbita della NATO.

Gli scontri Armenia-Azerbaijan (estratti da balcanicaucaso.org)

Il contesto 

Le violenze tra armeni e azeri erano iniziate negli anni finali dell’URSS ed erano confluite in una vera e propria guerra su ampia scala tra il 1992 e il 1994 in Nagorno Karabakh, una regione autonoma a maggioranza armena all’interno dei confini dell’Azerbaijan.

Quella guerra si era conclusa con una vittoria della parte armena che era riuscita a ottenere il controllo non solo del Nagorno Karabakh, ma anche di ampie aree circostanti non abitate da armeni, causando centinaia di migliaia di sfollati azeri.

In assenza di un accordo di pace, questa situazione si è consolidata per oltre due decenni: un governo de facto in Nagorno Karabakh aiutato dall’Armenia ha continuato a controllare sia l’ex-regione autonoma sia i territori adiacenti, impedendo il ritorno della popolazione azera.

Nell’autunno del 2020, l’Azerbaijan ha lanciato un’imponente offensiva per riprendere il controllo sull’intera area di conflitto, che si è conclusa dopo 44 giorni di guerra che hanno causato oltre 7.000 morti con una netta sconfitta della parte armena.

In seguito all’armistizio raggiunto il 9 novembre del 2020 grazie alla mediazione della Russia, l’Azerbaijan ha preso il controllo di tutti i territori adiacenti il Nagorno Karabakh, nonché parte dell’ex regione autonoma storicamente abitata da armeni.

12 Settembre 2022

L’attacco dell’Azerbaijan all’Armenia avviene in aree esterne a quelle contese. In questo caso si tratta quindi di un paese che attacca in modo organizzato il vicino al di fuori di aree di conflitto, in aree tecnicamente non contese, senza obiettivi strategici evidenti: una dinamica del tutto nuova e preoccupante.

Ufficialmente, Baku ha spiegato questo attacco come una reazione a un’operazione di sabotatori armeni condotta il 12 settembre e a ripetute azioni ostili condotte dalla parte armena: lo scopo dell’intervento sarebbe quindi prevenire il ripetersi di simili provocazioni.

La spiegazione pare poco convincente, sia perché nell’attuale contesto l’Armenia non ha alcun interesse a cercare escalation militare con un vicino nettamente più forte, sia perché un attacco che raggiunge a colpi d’artiglieria oltre venti centri abitati in zone precedentemente non coinvolte dal conflitto sarebbe in ogni caso una reazione sproporzionata anche a una presunta provocazione: non può essere certo sufficiente a giustificare le oltre 200 vittime che sono conseguenza diretta di questo attacco.

Il ruolo di Israele e Stati Uniti nel conflitto Armenia-Azerbaijan

Il 17 settembre è trapelata la notizia secondo cui voli cargo israeliani atterravano in sequenza a Baku, in Azerbaigian.

Si tratta di munizioni e altri sistemi bellici che vengono consegnati all’Azerbaigian.

Il 19 settembre i ministri degli esteri armeno e azero si sono incontrati a New York, con la mediazione del Segretario di Stato Blinken.

Ma nel frattempo, dal 17 al 19 settembre la presidente della Camera USA, Nancy Pelosi, visitava l’Armenia con una delegazione del Congresso.

Trascrivo l’analisi di Rybar. Ovviamente la traduzione dal russo è automatica, quindi le imprecisioni sono altamente probabili.

La visita di Nancy Pelosi a Yerevan dal 17 al 19 settembre – La sintesi di Rybar

Una delegazione di membri del Congresso guidata dal presidente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi ha visitato l’Armenia dal 17 al 19 settembre. Pelosi è il più alto funzionario statunitense a visitare la Repubblica da quando ha ottenuto l’indipendenza.

Ha dichiarato che gli Stati Uniti sono preoccupati per la sicurezza dell’Armenia e hanno condannato a nome del Congresso l’attacco dell’Azerbaigian ai territori sovrani della Repubblica (bizzarro, visto che l’attacco è avvenuto su evidente impulso, ad esempio, dell’alleato USA, Israele n.d.r.).

Il Team Fish, insieme a Istanbul Wolf, analizza le implicazioni della visita del Presidente della Camera degli Stati Uniti in Armenia e parla degli obiettivi espliciti e impliciti.

Sui termini di supporto.

Dopo i colloqui con il Primo Ministro Nikol Pashinyan, sono state rese note alcune delle condizioni del sostegno statunitense: secondo il Primo Ministro, le autorità armene sono pronte a proseguire sulla strada delle riforme democratiche.

A questo proposito, è stata discussa l’adesione della Repubblica al programma Millennium Challenges dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID).

Sul genocidio armeno e le elezioni

La Pelosi ha visitato il monumento alle vittime del genocidio armeno turco del 1915, dove ha ostentatamente versato una lacrima davanti alla telecamera, e si è impegnata a stare dalla parte dell’Armenia contro la Turchia sulle questioni relative al Nagorno-Karabakh. Allo stesso tempo, il Presidente della Camera ha sottolineato che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden riconosce il genocidio armeno (anche se finora solo a parole).

Il desiderio di mostrare sostegno agli armeni in ogni modo possibile può essere legato a un’altra ragione: a novembre negli Stati Uniti si terranno le elezioni di metà mandato del Congresso. Gli uomini d’affari e i finanzieri di origine armena negli Stati Uniti potrebbero potenzialmente fornire fondi per la campagna elettorale del Partito Democratico.

Sul potenziale ritiro dell’Armenia dalla CSTO

Non sono solo le autorità armene ad aver preparato l’arrivo della delegazione: una manifestazione a Erevan per il ritiro dell’Armenia dal CSTO è stata sostenuta da membri dell’opposizione russa.

Pelosi ha annunciato di essere pronta ad “aiutare” se la leadership armena deciderà di lasciare la CSTO. Washington sembra prepararsi a questo passo: il Ministro della Difesa armeno Suren Papikyan, recentemente tornato dagli Stati Uniti, ha discusso con i membri del Congresso le prospettive di cooperazione nella sfera della difesa.

Lo speaker dell’Assemblea nazionale armena, Alain Simonyan, del partito di Pashinyan, si è spinto oltre, dimenticando il ruolo della Russia nel Caucaso meridionale e definendo gli Stati Uniti il principale garante della tregua stabilita tra Baku ed Erevan.

Sulle conseguenze del rafforzamento dell’influenza statunitense in Armenia

Il rafforzamento della sua influenza in Armenia permetterà agli Stati Uniti di assumere il controllo indiretto del corridoio Zangezur, di importanza strategica, nel sud del Paese. È ancora rivendicato dai turchi e dagli azeri, e gli americani stanno ripulendo il mercato petrolifero dagli idrocarburi russi con le loro mani.

L’accesso diretto della Turchia al Mar Caspio attraverso l’Armenia meridionale risolverebbe il deficit energetico di Ankara, mentre la potenziale costruzione di nuovi gasdotti nell’area getterebbe le basi per estromettere la Russia dai mercati.

La Turchia, che è indirettamente controllata dall’Occidente, è un alleato di gran lunga migliore per gli Stati Uniti rispetto all’Armenia. Naturalmente, la scelta tra Turchia e Armenia non sarà a favore di quest’ultima.

La Turchia è più ricca, ha un esercito e un complesso militare-industriale. Inoltre, i turchi hanno la capacità geopolitica di esercitare pressioni sull’Europa orientale, sul Nord Africa, sul Medio Oriente e sulla Russia.

Pertanto, il massimo che gli americani si aspettano è la creazione di una vera e propria opposizione tascabile, oltre che di un governo armeno tascabile, attraverso gli imprenditori armeni emigrati. Questo è necessario sia per la competizione tra il governo e l’opposizione, sia per il loro controllo reciproco.

E tutto questo si combinerà per provocare un’instabilità ancora maggiore in Armenia e quindi nel Caucaso meridionale.

Su Armenia-Azerbaijan il “progetto” RAND Corporation in tutto il suo splendore

Quindi:

  • “Riforme democratiche” secondo i parametri degli Stati Uniti (ricordiamo l’esportazione di democrazia in Jugoslavia, in Irak, in Libia, in Afghanistan eccetera)
  • Adesione a USAID, lo strumento utilizzato dagli Stati Uniti per i “Regime Change” in giro per il mondo
  • Aiuti solo se l’Armenia lascerà la CSTO, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva di alcuni dei Paesi dell’ex Unione Sovietica

Le intenzioni americane sullo sfruttamento del conflitto Armenia-Azerbaijan erano chiare e pubbliche.

Le ragioni dell’apparente disinteresse russo molto meno.

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Un commento su “Armenia-Azerbaijan, la sfida che gli USA sembra siano vincendo

  • Valerio Santoro

    Mi aspettavo che i soldati russi ritirati da Carchov spuntassero nel Nagorno-Karabak. Invece, niente. Nessuna reazione. Come nessuna reazione alle tensioni tra Kyrgyzstan e Tajikstan.
    Si ha l’impressione che Putin abbia tirato i remi in barca.